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La trattativa, la Procura di Palermo e quei “contatti” della Chiesa romana

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L’articolo, firmato da Marco Lillo, è pubblicato dal Fatto quotidiano. Si parla della trattativa Stato-mafia e di un’inquietante “pista” investigativa sugli attentati di Roma alle basiliche di San Giovanni e San Giorgio al Velabro, scoppiate a mezzanotte e tre minuti del 28 lugli del 1993.

Ad indagare sono i giudici di Palermo, ricostruisce il cronista di punta del Fatto, che racconta della testimonianza del professore Enzo Guidotto, amico di Salvatore Borsellino e già consulente della commissione antimafia.

Il professore Guidotto avrebbe raccontato ai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene di confidenze ricevute da don Antonio Treppiedi, già amministratore dei beni della Curia vescovile di Trapani, rimosso dal vescovo Francesco Miccichè.

Treppiedi avrebbe raccontato a Guidotto che Papa Giovanni Paolo II aveva dato incarico al cardinale Camillo Ruini, che abitava nei locali annessi alla chiesa di San Giovanni in Laterano, di acquisire informazioni sulla matrice dell’attentato. Per farlo, Ruini so recò a colloquio dall’ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso che avrebbe fornito a Ruini i primi elementi per considerare quegli attentati di matrice mafiosa. Tutt’altro che scontato all’epoca dei fatti.

Nella ricostruzione di Lillo si fa riferimento poi alla strategia di Cosa Nostra che in quegli anni puntava a chiedere, anche attraverso i cappellani delle carceri italiane, un ammorbidimento delle condizioni del carcere duro a cui erano sottoposti i mafiosi rinchiusi. L’articolo individua uno stretto rapporto di connessione fra gli avvertimenti alla Chiesa e l’operato di Conso, sotto la presidenza del cattolico Oscar Luigi Scalfaro che portò prima alla rimozione di Niccolò Amato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria con l’elezione di Adalberto Capriotti, e dopo alla firma dei 140 decreti con cui il ministro Conso, nel giugno del ’93, fece decadere il regime del carcere duro per altrettanti detenuti minori.

Nell’articolo, inoltre, si ricorda l’invio, a febbraio del 1993, di una lettera dei “familiari dei detenuti” che intimavano a Scalfaro di “togliere gli squadristi al servizi del dittatore Amato”.

edd


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